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Acinque Acinque Acinque Acinque
Smart working
Smart working sì o smart working no? Cosa ne pensano le aziende
5:26

Lo smart working non serve, ci rende solo meno produttivi. Meglio essere sempre in sede.

È davvero così? Dipende a chi lo chiedi.

Le aziende italiane, per esempio, sono molto divise. Alcune vedono nello smart working un vantaggio, altre un ostacolo per le attività lavorative.

Cosa ne pensano le persone e le aziende?

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1. Cosa pensano le aziende dello smart working

Da una parte, abbiamo lavoratori e lavoratrici.

La loro opinione sullo smart working è prevalentemente positiva: permette di raggiungere un maggior equilibrio tra vita e lavoro e offre più tempo da dedicare al proprio benessere fisico e mentale.

Insomma, lavorare in smart fa bene.

Dall’altra, però, ci sono le aziende.
Per queste ultime, il giudizio sullo smart working è più discordante.

Certo, nel 2025 il tasso di persone che lavorano secondo il modello ibrido è aumentato (+0,6% rispetto al 2024, secondo i dati dell’Osservatorio PoliMi riportati da L’Espresso), ma c’è un grande divario tra le tipologie di aziende che adottano la logica dello smart working.

Alla guida di questo modo di lavorare troviamo le grandi imprese, con un 53% di adesioni ad accordi di smart working. Nelle Pubbliche Amministrazioni, la percentuale scende al 17%, mentre le PMI rimangono il fanalino di coda.

L’indagine di Joirns riportata da Wired mostra come solo il 21% delle offerte di lavoro per neolaureati in Italia includa lo smart working: meno di tre aziende su dieci lo propongono.

Come mai? Tra i motivi, una mentalità tradizionalista che segue la logica del: “Se sei in presenza, produci di più e posso vedere quanto”.

Ma è un pensiero fondato? Secondo i dati del Report della Banca d’Italia (riportato da L’Economia di Corriere della Sera), no. Del campione di aziende analizzate tra il 2019 e il 2023, nessuna di quelle che ha introdotto modelli di smart working ha subito una riduzione della produttività.

Ma l’eventualità che una persona sia poco monitorabile lavorando da casa, è solo uno dei dubbi che le aziende nutrono.

2. I principali dubbi sullo smart working

Lavorare da remoto può portare con sé alcune sfide. Le aziende partecipanti all’analisi dell’Osservatorio Polimi 2025, per esempio, hanno interrogato i propri manager sui loro dubbi in merito allo smart working.

Ecco cosa è emerso:

  • il 31% ha percepito nel personale un maggiore bisogno di supporto per seguire le attività in carico;
  • il 26% teme che lavorare da remoto possa ridurre la qualità del lavoro svolto;
  • per il 26%, lo smart working potrebbe incidere negativamente sulla produttività.

Cerchiamo di capire il perché di questi dubbi.

Per quanto riguarda produttività e qualità dell’output, non è stata dimostrata alcuna evidenza che colleghi lo smart working a un abbassamento della qualità dei progetti o della produttività.

Quindi, senza dati a supporto di questi dubbi, possiamo dire che probabilmente essi dipendono dalla diffidenza legata a un approccio tradizionale.

Sul maggiore bisogno di supporto, chiediamoci se questo è davvero un ostacolo causato dallo smart working.
Il tema è che le persone fanno fatica a lavorare da remoto senza gli strumenti giusti.

Dato che le attività sono le stesse che si svolgerebbero in sede, l’unico aspetto che cambia è l’uso di programmi per videoconferenze e software per lavorare in collaborazione

Il reale problema, in questo caso, potrebbe essere la mancanza di competenze utili per lavorare da remoto.

In effetti, meno della metà degli italiani ha almeno una conoscenza digitale di base (Relazione per paese sul decennio digitale 2024 dell'Italia).

Quindi possiamo dire che sì, le persone hanno bisogno di maggiore supporto quando lavorano da remoto, soprattutto se non sono formate su questa modalità di lavoro, o non sono loro forniti gli strumenti corretti.

3. L’opportunità di fare scelte in prospettiva 

Nonostante lo smart working e, in generale, la flessibilità come modello di lavoro cresca in modo progressivo, alcune aziende nutrono ancora dubbi sull’efficacia di questo metodo.

L’aspetto positivo è che già molte aziende si sono adattate al nuovo contesto e non ci sono prove evidenti che possano collegare lo smart working a una riduzione di produttività, o qualità.

La difficoltà maggiore è prendere le distanze dall’approccio centralizzato del passato e fidarsi del fatto che le persone che lavorano bene, lo fanno a prescindere dal luogo dove si trovano, per fattori che dipendono da relazioni professionali di fiducia e responsabilità.

Se guardiamo la questione in prospettiva, le regole del gioco cambiano.
Molti studi, come la Ricerca del Business Intelligence Group, dimostrano come lavorare in smart working sia diventato essenziale per gli italiani, sia Gen Z che Boomer, quindi a prescindere dalla generazione di cui fanno parte.

Nel breve, includere modelli di smart working, potrebbe non riguardare più una scelta, ma definire se le aziende vogliano attrarre candidati migliori e mantenere il proprio personale, oppure offrire condizioni di lavoro che ormai sono troppo lontane dalle esigenze comuni per poter continuare a essere competitivi e interessanti, e crescere.

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IN BREVE

Le aziende italiane, soprattutto PA e PMI, fanno ancora fatica a fidarsi dello smart working. Il giudizio è diviso tra le realtà che ne riconoscono i benefici e adottano con successo la flessibilità, e quelle che preferiscono mantenere un approccio più tradizionale. I dati e i risultati delle indagini condivise ci mostrano come includere modelli di smart working risulti essenziale per continuare a essere competitivi.

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