1. Cosa pensano le aziende dello smart working
Da una parte, abbiamo lavoratori e lavoratrici.
La loro opinione sullo smart working è prevalentemente positiva: permette di raggiungere un maggior equilibrio tra vita e lavoro e offre più tempo da dedicare al proprio benessere fisico e mentale.
Insomma, lavorare in smart fa bene.
Dall’altra, però, ci sono le aziende.
Per queste ultime, il giudizio sullo smart working è più discordante.
Certo, nel 2025 il tasso di persone che lavorano secondo il modello ibrido è aumentato (+0,6% rispetto al 2024, secondo i dati dell’Osservatorio PoliMi riportati da L’Espresso), ma c’è un grande divario tra le tipologie di aziende che adottano la logica dello smart working.
Alla guida di questo modo di lavorare troviamo le grandi imprese, con un 53% di adesioni ad accordi di smart working. Nelle Pubbliche Amministrazioni, la percentuale scende al 17%, mentre le PMI rimangono il fanalino di coda.
L’indagine di Joirns riportata da Wired mostra come solo il 21% delle offerte di lavoro per neolaureati in Italia includa lo smart working: meno di tre aziende su dieci lo propongono.
Come mai? Tra i motivi, una mentalità tradizionalista che segue la logica del: “Se sei in presenza, produci di più e posso vedere quanto”.
Ma è un pensiero fondato? Secondo i dati del Report della Banca d’Italia (riportato da L’Economia di Corriere della Sera), no. Del campione di aziende analizzate tra il 2019 e il 2023, nessuna di quelle che ha introdotto modelli di smart working ha subito una riduzione della produttività.
Ma l’eventualità che una persona sia poco monitorabile lavorando da casa, è solo uno dei dubbi che le aziende nutrono.