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Lo smart working in numeri: i dati di ieri e di oggi
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Le aziende, per rimanere attraenti all’esterno e trattenere persone in gamba, devono promuovere il wellbeing e l’equilibrio tra vita privata e lavoro.

E lo fanno tramite iniziative come lo smart working.

Ma come siamo arrivati a questo punto?

Per rispondere a questa domanda, diamo un'occhiata ai dati sullo smart working relativi agli ultimi anni.

1. Lo smart working dal 2019 al 2025

Il 2025 è un anno di crescita per i lavoratori da remoto.

Il Flex Index ha dimostrato che, in America, la flessibilità è ormai un approccio consolidato: il 66% delle aziende integra modelli di smart working, contro un 34% che prevede solo il lavoro in presenza.

Pensa che solo nel 2023, il rapporto era 50 e 50.

E l’Italia? Secondo l’indagine del Polimi, lo smart working cresce anche qui, ma in modo altalenante.

Tra il 2020 e il 2023, anche a fronte del lockdown, l’utilizzo del lavoro da remoto ha toccato livelli molto alti.

Nel 2020, si contavano più di 6,5 milioni di smart worker, mentre nel 2019 erano poche migliaia.
Naturalmente, devi considerare che questo balzo in avanti è stato motivato dalle necessità di quel momento.

Infatti, dal 2021 al 2023, il numero di persone che lavorano da remoto si è notevolmente ristretto, coerentemente con il ridursi degli obblighi di isolamento. 

In particolare, nel 2021 siamo scesi a 4 milioni di smart worker e abbiamo toccato i 3,5 milioni nel 2022. Nel 2023, il trend cambia: lo smart working cresce leggermente, soprattutto grazie alle grandi imprese, e tocchiamo quasi i 3,6 milioni di smart worker.

Il motivo? Sebbene piccole e medie imprese, così come la pubblica amministrazione, annuncino il ritorno in sede, tutti si accorgono dei vantaggi di un approccio ibrido

E non si tratta solo delle persone: il decentramento del lavoro riduce i costi di manutenzione delle sedi e un maggiore livello di benessere aumenta la produttività collettiva. Anche le aziende diventano fan dello smart working.

Nel 2024, però, il dato scende dello 0,8%

Come mai? A causa dell’eliminazione del DPCM emanato per facilitare l’adozione di contratti di smart working. Redigere accordi di lavoro agile torna a essere complicato.

Ma questa discesa minima racconta qualcos’altro. Le aziende, nonostante non sia più necessario (o semplice) adottare metodi di lavoro flessibile, continuano a promuoverli.

La flessibilità entra ufficialmente nelle organizzazioni, soprattutto grazie alle grandi imprese. Micro imprese e PA faticano ancora a integrare questo modello.

La crescita nel 2025 (+0,8%) segue la medesima logica:

  • grandi imprese (da 1.910.000 a 1.954.000);
  • PMI (da 520.000 a 480.000);
  • micro imprese (da 625.00 a 595.000);
  • PA (da 500.000 a 555.000).

Oggi, il numero di smart worker in Italia tocca i 3,6 milioni di persone: un successo notevole, se pensi ai 570.000 del 2019.

2. Flessibilità, smart working e benessere

Il tradizionale approccio al lavoro, oggi, è troppo sbilanciato per rispondere alle esigenze delle persone, che fanno del proprio benessere una priorità.

Questa affermazione si dimostra ancora più veritiera se rapportata alle evidenze dell’Indagine Polimi sull'impatto dello smart working (riportata qui da Il Sole 24 Ore) rispetto alle tre dimensioni del benessere identificate dall’OMS:

  • benessere relazionale: il 44% degli smart worker dichiara di aver raggiunto un buon livello di benessere personale, contro il 33% di chi lavora in sede;
  • benessere psicologico: 46% per gli smart worker e 37% per chi lavora in sede;
  • benessere fisico: 33% per gli smart worker e 29% per chi lavora in sede.

I dati riportano un giudizio unanime: lo smart working migliora il benessere

E anche gli intervistati della ricerca Unobravo lo confermano: lo smart working ha un impatto positivo sul work-life balance (per il 46% degli intervistati), nel ridurre lo stress (33%) e nel promuovere la salute fisica (27%).

Quindi: lo smart working promuove il benessere e le persone ritengono il benessere estremamente importante nella valutazione dell’ambiente di lavoro

Ecco spiegato perché lo smart working è diventato una priorità in ambito aziendale.

Secondo la ricerca condotta nel 2025 dal Business Intelligence Group, lo smart working si attesta come terza priorità assoluta tra gli italiani che valutano un contesto di lavoro. 

Il 63% delle persone considera il lavoro da remoto una risorsa fondamentale e questo accade sia per la Gen Z (76,8%) che per i boomer (63%). 

Insomma, lo smart working è importante universalmente.

Interessa a te perché contribuisce al tuo benessere e interessa anche alle aziende perché dal tuo benessere dipende la loro produttività.

Questo legame è stato la chiave di volta che ha permesso alla popolazione degli smart worker di crescere negli anni, passando da poche migliaia a quasi 3,6 milioni di persone in sei anni.

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IN BREVE

Lo smart working è cresciuto progressivamente negli ultimi anni e questo grazie ai vantaggi che offre sia alle aziende che alle persone. Ma come siamo arrivati a questo punto? Per rispondere, prendiamo in analisi i dati dello smart working relativi agli ultimi anni.

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