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Dove nasce lo smart working Storia
Dove nasce lo smart working? Storia, evoluzione e cambiamento
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Oggi siamo abituati a considerare lo smart working come un termine di comune conoscenza.

Ma non si tratta solo di una modalità di lavoro alternativa.
Significa anche maggiore autonomia, equilibrio tra vita privata e professionale, flessibilità.

Nel 2025, l’importanza dello smart working è tale da essere tra i principali driver che definiscono l’attrattività di un’azienda.

Molto probabilmente, anche tu lo prendi in considerazione quando valuti la qualità di un posto di lavoro.

Ma non è sempre stato così: lo smart working come diritto a un maggior benessere è frutto di una trasformazione più lunga di quanto pensi.

È un processo che affonda le radici negli anni Settanta.

Ti va di fare un viaggio indietro nel tempo?

Abbiamo realizzato una guida pensata appositamente per chi lavora da remoto, utile per migliorare la produttività e organizzare meglio le proprie giornate.

Guida

Come aumentare la tua produttività nel lavoro da remoto

1. Telecommuting: un antenato della flessibilità

Negli anni Settanta nessuno faceva smart working. 

E come avremmo potuto? Mancava la consapevolezza, ma soprattutto non esistevano le opportunità tecnologiche alla base della flessibilità.

L’unico strumento che poteva permettere a una persona di lavorare da casa era il telefono, quello con la cornetta e il disco combinatore.

Qualcuno, però, stava iniziando a percepire le opportunità di un modello “da remoto”: Jack Nilles

Guardando al traffico automobilistico americano, Nilles inizia a immaginare un modo per evitare che ogni persona sia obbligata a recarsi quotidianamente in sede, valutando alternative che possano portare il lavoro alla persona, anziché il contrario. 

Coniando il termine Telecommuting, nasce la prima ipotesi di lavoro da remoto: Jack Nilles getta ufficialmente le basi del fenomeno che porterà allo smart working come lo intendiamo oggi.

2. Da telecommuting a telelavoro: traduzione e primi passi

Le intuizioni americane impiegano poco tempo a fare il giro del mondo.
Nello stesso periodo, anche in Italia si comincia a parlare di telecommuting. O più correttamente, di lavoro a domicilio e telelavoro

La Legge n. 877 del 1973 sancisce ufficialmente definizione e diritti del “lavoro a domicilio”.

“È lavoratore a domicilio chiunque, con vincolo di subordinazione, esegue nel proprio domicilio o in locale di cui abbia disponibilità, [...] lavoro retribuito per conto di uno o più imprenditori”.

La normativa in materia subirà poi diversi aggiornamenti nel corso dei decenni successivi, fino ad arrivare al 1998.

A cavallo del nuovo millennio, si discute ufficialmente di telelavoro.

La Legge n. 1191/1998 ne regola l’esecuzione, stabilendo:

  • tutela dal punto di vista del salario;
  • doveri del datore di lavoro nel fornire una strumentazione adeguata.

Ma per parlare di smart working ci vorrà ancora del tempo.

Nel 2004 l’Italia recepisce l’Accordo Quadro Europeo sul Telelavoro, che costruisce i pilastri dello smart working odierno:

  • la volontarietà, ovvero l’adozione del telelavoro su base volontaria da ambedue le parti (persona e azienda);
  • la prevenzione dell'isolamento, a carico del datore di lavoro;
  • la riservatezza, riguardante l'installazione di strumenti di controllo.

Ma è nel 2017 che telelavoro e approccio flessibile si incontrano: grazie alla Legge n. 81/2017, nascono i concetti di “lavoro agile” e “smart worker”.

La normativa declina per la prima volta l’approccio flessibile come una modalità di lavoro utile a conciliare meglio la vita privata e lavorativa e nasce il modello di lavoro per obiettivi.

A differenza dell’Accordo sul Telelavoro, che prevede un’unica postazione fissa dove svolgere le attività, il “lavoro agile” introduce il modello ibrido a cui facciamo riferimento oggi.

L’evolversi dello smart working è accompagnato anche da una maggiore attenzione verso la salute mentale: sempre con la Legge n. 81/2017, nasce il “diritto alla disconnessione”.

3. Lo slancio degli ultimi anni

Nel 2018 la popolazione degli smart worker in Italia tocca le 480mila persone (dati dell’Osservatorio Unimi).

Nel 2025 siamo arrivati a 3,5 milioni: una crescita esponenziale che trova la sua motivazione negli anni della pandemia.

Nel febbraio 2020, infatti, data l’impossibilità per molte persone di recarsi in ufficio, viene promulgato il DPCM sul Lavoro Agile, che semplifica la redazione di contratti di smart working per tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Nonostante una prima applicazione “forzata”, anche dopo la crisi e la scadenza del DPCM del 2024, le persone continuano a percepire i benefici del modello flessibile, soprattutto in termini di work-life balance.

Lo smart working diventa sinonimo di equilibrio, wellbeing e attrattività.

4. Lo smart working, oggi

Oggi, se si parla di modelli aziendali positivi, bisogna menzionare lo smart working.

Secondo i dati dell'Osservatorio sullo Smart Working per il 2024, il 73% degli smart worker si opporrebbe alla sua eliminazione, mentre il 23% cambierebbe direttamente impiego. 

Questi dati e l’attuale concezione di smart working come porta di accesso a un maggior benessere personale ti raccontano una trasformazione straordinaria.

In conclusione, negli anni Settanta la flessibilità non esisteva. Esisteva il telelavoro, un metodo di lavoro alternativo e poco frequente. Solo negli anni Novanta si inizia a parlare di lavoro da remoto e cresce la consapevolezza di questo strumento come occasione per migliorare la vita delle persone

Nei primi anni Duemila questa visione prende forma e oggi, cinquant’anni dopo, lo smart working è diventato la leva strategica attraverso la quale viene valutata la qualità del contesto aziendale. 

 

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IN BREVE

Lo smart working, oggi, è considerato un modello flessibile di lavoro attraverso cui le persone accedono a un maggiore livello di benessere. La sua storia inizia nel 1970 e, attraverso diversi cambiamenti, lo smart working è diventato una leva aziendale strategica.

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