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Acinque Acinque Acinque Acinque
Settimana corta: rivoluzione o utopia?
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Negli ultimi anni la settimana corta è passata da proposta sperimentale a essere considerata uno dei temi centrali nel dibattito sul futuro del lavoro.

L’idea di ridurre i giorni lavorativi senza diminuire la retribuzione sembra, a prima vista, una sfida piuttosto ambiziosa. Eppure, sempre più aziende stanno esplorando questa possibilità per migliorare la qualità della vita delle persone e aumentare la produttività.

Ma quanto è davvero realizzabile la settimana corta? E quali effetti ha sull’efficienza e sulla cultura organizzativa?

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Glossario

Flessibilità sul lavoro: tutti i termini da conoscere

1. Settimana corta e benessere delle persone

La settimana corta nasce dalla più “vecchia” esigenza del mondo del lavoro: creare un equilibrio più sano tra tempo dedicato al lavoro e tempo per sé, concetto strettamente connesso al work-life balance.

Ma cosa si intende esattamente con settimana corta? È un modello di organizzazione del lavoro che prevede la riduzione dei giorni lavorativi, solitamente da cinque a quattro, mantenendo invariato lo stipendio

È interessante riportare i dati ottenuti dopo un esperimento sulla settimana corta fatto in 6 continenti dal 4 Day Week Global:

  • il 39% del personale si è sentito meno stressato;
  • il 55% ha riportato un aumento della capacità lavorativa;
  • il 65% ha ridotto l’’assenteismo per malattia;
  • e il 92% delle aziende ha scelto di continuare con la settimana lavorativa di 4 giorni.

È necessario, dunque, un cambiamento culturale profondo: la valutazione del rendimento non dovrebbe guardare più alle ore trascorse su un’attività né alla permanenza in un luogo prestabilito, ma ai risultati raggiunti. Il tabù della presenza sta cedendo grazie alla diffusione dello smart working, sebbene resti ancora un percorso da fare per superare il bias di prossimità. Sul tema del tempo, invece, la settimana lavorativa corta è oggi il laboratorio più interessante in cui questo nuovo approccio prende forma.

2. Settimana corta e produttività

Uno dei timori più diffusi in merito alla settimana corta è che possa ridurre la produttività.

Tuttavia, le sperimentazioni sulla riduzione degli orari o delle giornate lavorative mostrano che una minore quantità di tempo dedicato al lavoro non compromette la produttività; al contrario, favorisce un miglioramento evidente del work-life balance. Un equilibrio più solido sostiene la performance meglio del “superlavoro” - ossia quella condizione in cui una persona dedica al lavoro un numero di ore eccessivo, spesso ben oltre l’orario previsto dal contratto o da una normale giornata lavorativa - soprattutto perché un carico eccessivo è spesso associato a stress, esaurimento e, nei casi più estremi, a forme di trauma, basti pensare al burnout lavorativo.

In un articolo del Business Insider, si legge che, a seguito di uno studio condotto dai ricercatori del Boston College Wen Fan e Juliet Schor, il 52% dei lavoratori ha affermato di essere diventato più produttivo nonostante lavorasse meno ore.

Forse, allora, il punto non è tanto “lavorare di meno”, quanto “lavorare meglio”: meno interruzioni, più pianificazione e una maggiore focalizzazione sugli obiettivi.

3. Settimana corta e cultura aziendale

Introdurre la settimana corta significa anche ripensare la cultura aziendale.
Secondo Randstad, il work-life balance è oggi il fattore più importante in assoluto per chi cerca o valuta un impiego (83%): questo valore supera anche la retribuzione, che scende al secondo posto.

Adottare un giorno in meno richiede certamente una gestione delle priorità che permetta di mantenere continuità e qualità del lavoro. In questo senso, la settimana corta diventa un indicatore culturale: se l’organizzazione sceglie un modello orientato alle persone, è convinta che benessere e performance possano procedere insieme.

Accanto ai vantaggi emergono però alcune complessità. L’aspetto più delicato riguarda l’organizzazione interna, perché non tutte le attività si prestano a un adattamento immediato della settimana lavorativa. In alcuni casi, il rischio è che le stesse mansioni si concentrino in un arco temporale più breve, aumentando la pressione percepita. Inoltre, nei contesti più tradizionali, questa trasformazione può incontrare resistenze da parte del management o dei lavoratori, soprattutto quando la cultura aziendale non è ancora orientata alla flessibilità.

In Gruppo Acinque la settimana corta ha preso forma già nel 2020 con l'introduzione del venerdì corto: ossia un venerdì da sei ore anziché otto, reso possibile dalle ore di straordinario maturate tra lunedì e giovedì e convertite in tempo libero. L'orario settimanale resta lo stesso, ma il weekend inizia prima!

In conclusione, la settimana corta forse ci fa capire che meno ore non significano meno impegno, ma un modo più sostenibile di gestire le energie e il proprio benessere, nonostante tutte le criticità del caso.

I dati dimostrano che, quando applicata con metodo, la settimana corta migliora il benessere e rafforza il senso di appartenenza, senza compromettere la produttività.

Nel Gruppo Acinque, il confronto su modelli di lavoro flessibili è parte di un percorso costante di innovazione e attenzione alle persone, un impegno che si traduce anche nel venerdì di 6 ore lavorative anziché 8.

 

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IN BREVE

Nonostante diverse criticità, emerge che la settimana corta migliora benessere e produttività, riduce lo stress e rafforza la fiducia tra persone e organizzazioni.
I risultati delle sperimentazioni mostrano che lavorare quattro giorni favorisce motivazione e qualità del tempo. La gestione delle priorità è essenziale per garantire qualità e continuità lavorativa. In quest'ottica, la settimana corta rappresenta una scelta culturale che unisce benessere e performance.

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