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Comunicazione inclusiva: sei principi da applicare subito
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Comunicare deriva dal latino cum munis, e significa mettere in comune, condividere. Per riuscire a creare una connessione le persone devono sentirsi viste, capite e rispettate nel modo in cui parli e ti rivolgi a loro.

La comunicazione inclusiva non è un esercizio politicamente corretto o un manuale di parole da non usare, e non è un vezzo per farci sentire più buoni. Può essere definita come una disciplina attraverso cui costruiamo fiducia, sblocchiamo l'intelligenza collettiva e possiamo attrarre i migliori talenti (e clienti). Fare attenzione al modo in cui parli è il primo passo per migliorare il modo in cui lavori.

Ecco i principi per iniziare a farlo sul serio.

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1. Sei principi per comunicare in modo inclusivo

Bello a dirsi, comunicazione inclusiva. Ma come si fa davvero? Non solo buone intenzioni,  serve un metodo: bisogna smontare le abitudini linguistiche che ci portiamo dietro da decenni – spesso senza nemmeno accorgercene – e sostituirle con scelte consapevoli. Ecco sei leve pratiche per iniziare a costruire una comunicazione che non escluda, e non lasci indietro nessuno.

1.1 Smetti di dare per scontato (consapevolezza)

Il primo principio è il più difficile: smettere di pensare che la tua esperienza del mondo sia universale. Non lo è. La comunicazione inclusiva inizia prima di aprire bocca, con una domanda: “A chi sto parlando? E chi sto lasciando fuori?”. Significa non dare per scontato il genere, l’età, le abilità fisiche, il background culturale o il livello di conoscenza tecnica del tuo interlocutore. È l’atto di mettere la persona al centro, usando un linguaggio che la rispetti, che possa essere compreso, che sia vicino a chi hai di fronte.

1.2 Progetta le tue parole (linguaggio intenzionale)

Le parole creano la realtà. Per troppo tempo abbiamo usato un linguaggio che, per inerzia, era escludente. Il “maschile sovraesteso” (“buongiorno a tutti”, “i candidati devono...”), anche se si tratta di una convenzione, non è neutro, è maschile. Progettare le parole significa scegliere attivamente termini che aprano spazio a chi ci ascolta.

In pratica:

  • usa alternative neutre: invece di “studenti”, puoi usare “il corpo studentesco”, o semplicemente “studentesse e studenti”. Invece di “i candidati”, puoi dire “le persone che si candidano”.
  • Non aver paura del femminile: chiama le cose con il loro nome. È “l’ingegnera”, “l’architetta”, “la sindaca”. Usare il femminile non è una concessione, è la giusta grammatica. Solo perché non siamo abituati a sentirlo e ci sembra una storpiatura merita lo stesso identico rispetto del maschile ed è più corretto.
  • Evita il gergo: acronimi, gergo aziendale e modi di dire aziendali (onboardare, sharare, fare il check del ped in call) escludono chi non ha il contesto o chi è nuovo. Dove possibile, usa un linguaggio semplice e diretto, sempre comprensibile, e mostrati aperto/a all’opportunità di spiegare o raccontare di più quando serve.

1.3 Fai vedere il mondo (rappresentazione)

Se la tua comunicazione visiva (slide, sito web, post sui social) mostra solo un tipo di persona, ti perdi tutta la parte di diversità che è già presente nella tua azienda o potrebbe esserlo. Smetti di usare solo immagini di giovani uomini bianchi in giacca e cravatta per parlare di “leadership”. Mostra persone di generi, etnie, età, corporature e abilità diverse. Evita gli stereotipi cromatici (rosa per le donne, blu per gli uomini) o simbolici (la cravatta per il business, generici attrezzi per l’operatività). Se le persone non si vedono rappresentate, non si sentiranno parte della storia.

1.4 Costruisci per tutte le persone (accessibilità)

Un contenuto che non può essere fruito da tutte le persone è un contenuto per sua natura non inclusivo. L’accessibilità non è un di più che devi predisporre per pochi sfortunati, ma un principio di design universale, ora sancito anche dalla normativa.

Cosa puoi fare? Ecco qualche esempio:

  • video: usa sempre sottotitoli chiari (utile per chi ha problemi di udito, ma anche per chi guarda senza audio mentre è in viaggio);
  • immagini: aggiungi l'Alt-text (testo alternativo) per permettere agli screen reader di descriverle a chi le visualizza in un altro modo;
  • testo: usa font leggibili, un contrasto cromatico sufficiente e una dimensione di testo adeguata.

Progettare per l'accessibilità fin dall'inizio migliora l’esperienza per tutte le persone.

1.5 Smetti di trasmettere, inizia ad ascoltare (feedback)

La comunicazione non è un monologo. L’unico modo per sapere se il tuo messaggio è davvero inclusivo è chiederlo a chi lo riceve. Devi creare attivamente dei canali di ascolto. Questo significa migliorare la comunicazione, trasformarla in una conversazione, che è l’unico modo in cui si realizza davvero, perché solo così potrai conoscere se i messaggi arrivano per come sono, per entrambe le parti. In pratica: chiedi feedback. Fai domande aperte. Crea sondaggi anonimi in cui le persone possano segnalare, senza paura, se un testo o un’attività le ha fatte sentire escluse. Sii pronto a imparare e ad ammettere che si può sempre migliorare.

1.6 Adatta il messaggio (consapevolezza del contesto)

Non esiste una soluzione universale. Un termine che funziona in un contesto culturale può essere non adatto oppure non recepibile in un altro. Un approccio che va bene su un canale (per esempio una newsletter informale) può essere inadeguato su un altro (per esempio un documento ufficiale). Essere inclusivi significa essere consapevoli del contesto: non sempre si può fare tutte e tutti contenti, ma è importante provarci. Il nostro obiettivo deve essere quello di adattare il messaggio per essere rilevanti e rispettosi per il pubblico specifico che abbiamo di fronte in un dato momento, solo così il nostro messaggio potrà arrivare davvero.

Questi sei principi fanno la differenza tra persone (e organizzazioni) che parlano da sole in una stanza vuota, e quelle che costruiscono ponti e sono ricche di connessioni. Abbiamo passato decenni a ottimizzare i canali di trasmissione: ora possiamo e dobbiamo davvero ottimizzare la qualità della connessione. Perché in un mondo saturo di rumore, l'unica cosa che conta davvero è farsi ascoltare. E per farsi ascoltare bisogna comunicare al meglio.

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IN BREVE

La comunicazione inclusiva è una disciplina strategica per creare connessione, che è il vero senso della comunicazione stessa. L’inclusività serve a costruire fiducia, sbloccare l'intelligenza collettiva e migliorare il rapporto con le persone. Per cambiare il modo in cui si lavora, è indispensabile cambiare il modo in cui si parla, facendo sentire le persone viste, capite e rispettate. Ci sono almeno sei principi che si possono applicare subito per migliorare nella comunicazione, farsi ascoltare, e saper ascoltare.

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